
Non esiste di per sé un terapeuta universalmente adatto. Nonostante questo, ci sono sicuramente delle dimensioni da non sottovalutare nell’incontro con l’altro. Grazie al mio lavoro ho imparato che non posso essere il terapeuta giusto per tutti.
Mi sono interrogata molte volte su cosa renda un terapeuta davvero “giusto” per una persona. Una delle domande che emergono più spesso, quando qualcuno si avvicina con il desiderio di iniziare un percorso psicologico – soprattutto se è la prima volta – è:
Come faccio a scegliere il terapeuta giusto per me?
È una domanda molto profonda e legittima, che cerca chiarimenti. Pur non essendoci una risposta univoca, proverò a sintetizzare alcuni aspetti che possono risultare importanti nella scelta da compiere.
Inizio con una mia visione personale, che forse a pochi interesserà, ma che io trovo rilevante:
la psicoterapia non è un servizio standardizzato, ma un incontro tra due soggettività.
Ciò che cura non è solo la tecnica utilizzata – per quanto sia fondamentale – ma anche la qualità della relazione che si costruisce. Tecnica e relazione dovrebbero andare di pari passo, unite, al fine di favorire una terapia strutturata e al contempo umana.
Per chi si avvicina per la prima volta, può essere utile partire da elementi oggettivi:
Questi aspetti offrono una cornice di affidabilità e professionalità.
Dopo aver valutato gli aspetti formali, entrano in gioco dimensioni più esperienziali.
È importante sottolineare un punto:
il terapeuta adatto non è necessariamente quello con cui tutto appare scorrevole e lineare.
Una relazione terapeutica autentica non è sempre priva di esitazioni, silenzi o momenti di incomprensione. Può accadere di sentirsi toccati in punti sensibili, di provare un lieve disagio, di non essere perfettamente allineati con l’altro.
Spesso è proprio lì che si apre uno spazio di lavoro significativo.
La terapia, infatti, non è affatto lineare. Possono esserci momenti di apparente stallo, passaggi più faticosi, fasi in cui sembra di tornare su temi già affrontati. Questo, a differenza di quanto si pensi, non è necessariamente un segnale negativo.
Il percorso terapeutico non segue una traiettoria retta: alcuni passaggi più profondi e radicati richiedono tempo per essere compresi e integrati.
Un altro fattore indicativo riguarda una dimensione meno razionale e più sottile: la risonanza.
Non sempre sappiamo spiegare con precisione cosa accade, ma talvolta durante un primo incontro possiamo avvertire una sensazione di sintonia:
La risonanza non è semplice simpatia né affinità caratteriale. È un’esperienza relazionale. Potresti avere la sensazione che lo spazio terapeutico possa diventare “abitabile” per te.
Pur non essendo del tutto razionalizzabile, questa dimensione può offrire un’indicazione preziosa.
Ciò che realmente esiste è l’incontro tra una persona, in un preciso momento della sua vita, e un altro essere umano che può accompagnarla.
Forse, più che cercare una risposta immediata e definitiva, può essere utile spostare leggermente la domanda verso se stessi e chiedersi:
Mi auguro di aver messo in evidenza alcuni punti che possano, in qualche modo, aiutarvi a orientarvi nella scelta e a riconoscere ciò che risuona maggiormente con voi.